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Io, Ester...
Testimonianza di una sopravvissuta
Quando parliamo di Israele non possiamo prescindere da una realtà cruda, avvenuta in Europa durante la seconda guerra mondiale e tanto discussa ancora oggi: la Shoah.
Il ricordo dello sterminio di sei milioni di ebrei nelle camere a gas dei campi in Germania e in Polonia è ancora oggi vivo in molte famiglie israeliane.
Qualche mese fa abbiamo conosciuto Ester Manheim, sopravvissuta all’olocausto, in un incontro di preghiera al quale era stata invitata per condividere la sua testimonianza. La sua esperienza, che riportiamo qui, suscita ancora sgomento e incredulità per le crudeltà e disumanità che sono accadute in una Europa cristiana solo 60 anni fa circa.Lioba «Tutto iniziò nel settembre del 1939. Vivevo a Cracovia, in Polonia; ero una giovane ragazza di 14 anni, spensierata, con tutta la vita davanti a me. Era precisamente il primo di settembre ed ero appena tornata a casa da un campo estivo di scout. In quello stesso giorno io e la mia famiglia sentimmo ciò che non udimmo mai prima: sirene di allarme. I tedeschi erano entrati in Polonia. Non immaginavo che la mia vita, come quella di tutti gli ebrei d’Europa, sarebbe cambiata radicalmente. Il giorno dopo trovammo alle porte dei negozi
insegne con l’iscrizione:
“Ingresso proibito a cani ed ebrei!”.
Mi sentivo profondamente umiliata, ma la vita continuava. Avevamo un grande appartamento in una zona molto bella della città e, siccome la situazione per gli ebrei si aggravava, vennero i miei nonni e altri parenti a vivere da noi. Fui costretta a cedere la mia bella stanza, e per questo piansi. Ma tutto sommato stavo bene. Eravamo tutti insieme e non ci mancava nulla. Ancora.
Frequentavo una scuola privata, ma pian piano mi accorgevo che mancavano dei professori. Finchè una mattina l’amministratore della scuola entrò in classe e annunciò: “I ragazzi ebrei non hanno il diritto di studiare, da domani non potete più venire.” Di giorno in giorno la situazione si aggravava. Un giorno ci dicevano di portare una benda con la stella di Davide, un altro giorno non ci era più permesso di usare i tram e i treni. Io non potevo comprendere il perché e questo mi faceva soffrire. Ma veramente questo non era sofferenza. Questo non era ancora niente.
Nel ghetto di Cracovia Il 13 marzo 1941 fummo costretti a lasciare la nostra casa e ci trasferirono nel quartiere di Podgórze dove era stato installato il ghetto di Cracovia per gli ebrei. Il giorno che entrai nel ghetto fu come se mi avessero legata con una grossa e pesante catena. E questa catena che sentivo sul collo si stringeva di giorno in giorno; non mi faceva respirare. Mi ricordo il freddo e la profonda tristezza nel cuore. Di lì a poco iniziarono le prime deportazioni. Era il maggio del 1942 e mi ricordo che stavo alla finestra e vedevo i nostri vicini con i loro bambini che venivano caricati su un camion. Due giorni dopo una seconda deportazione: questa volta presero anche mia cugina. Poi dovemmo di nuovo cambiare “casa”. Eravamo 14 in una stanza, dormivamo per terra e l’unico mobile era un piccolo tavolo sul quale mangiavamo, uno o due alla volta. Noi giovani avevamo la speranza che le cose sarebbero andate meglio. Ci incontravamo in una stanza sotterranea dove cantavamo e ci raccontavamo storielle e condividevamo la nostalgia dei tempi migliori. Ma in verità la catena diventava sempre più stretta. Nello stesso anno, il 23 di ottobre mia nonna morì nel suo letto, e il 27 dello stesso mese morì anche mio nonno. In quella notte sentivamo che qualcosa sarebbe accaduto. Mia madre ci tenne stretti tutta la notte. Non riuscivamo a dormire e accanto a noi c’era la salma del nonno. Al mattino andammo al lavoro. Mia sorella ed io lavoravamo nello stesso luogo mentre nostra madre era stata assegnata ad un’area diversa. Quella mattina però mia madre prese con se mia sorella; aveva una strana sensazione, come di paura, come se qualcosa di terribile stava per accadere. Andai al lavoro e improvvisamente cominciai a piangere; sentivo che mia madre era in pericolo.
Sentivo dentro che le era accaduto qualcosa di orribile. Alla sera quando tornai a casa mia sorella mi corse incontro gridando: “Stenia, hanno preso la mamma!”. Mi si gelò il sangue;
mi sentivo paralizzare, volevo piangere, volevo gridare, ma non riuscivo a dire niente. Sapevo cosa voleva dire “hanno preso”, sapevo che non sarebbe più tornata. Non avevamo tempo per piangerla. Il giorno dopo dovevamo tornare al lavoro. Avevo il cuore lacerato. Intorno a noi la gente si trovava nella stessa situazione. La morte cominciava a penetrare da per tutto.
In quel periodo mi ammalai gravemente, sembrava tifo, ma non lo era. Mi trovavo nel lazzaretto quando ci giunse la notizia che i tedeschi avevano circondato il ghetto. Tutta la notte camminai su e giù per riprendere forza e per costringermi a camminare bene. Ero molto debole, ma ciò nonostante lasciai l’ospedale e il giorno dopo andai al lavoro. In quel giorno non riuscii a lavorare, ma ero presente. Era il 13 di marzo 1943 e i nazisti, sotto il comando dello SS-Hauptsturmführer Amon Göth, diedero inizio alla “liquidazione” (chiusura) del ghetto.
Trasferimento al campo di lavoro di Plaszów Lo stesso giorno fummo trasferiti dal ghetto di Cracovia al campo di lavoro di Plaszów. Eravamo 8.000 ebrei reputati abili al lavoro, mentre i considerati inabili (circa 2.000 prigionieri) furono uccisi sulle strade del ghetto o vennero inviati a morire ad Auschwitz. Plaszów era stato costruito su un cimitero ebraico e, come oscuro presagio del futuro imminente, i muri di cinta e le strade erano costruite con le lapidi demolite del cimitero. A Plaszów ci separarono tra uomini e donne e ci misero in diverse baracche. Ero insieme con mia sorella e per questo ero felice. Tutto il giorno non avevamo mangiato nulla, ma eravamo insieme. Ogni giorno alle 6.00 c’era l’appello sulla piazza; da lì andavamo al lavoro. Mio padre, mia sorella ed io lavoravamo in una fabbrica di carta. Era un buon lavoro, ma il clima di terrore non era certo attenuato. I nazisti non perdevano un giorno per seminare paura tra i prigionieri. Un giorno impiccavano delle persone; un altro giorno, durante l’appello mattutino, ogni decimo prigioniero veniva preso per essere fucilato. Oppure ci prendevano a caso per bastonarci e dopo di che dovevamo ringraziare; dopo queste bastonate non riuscivamo a sederci per giorni. Ogni giorno c’era qualcosa di nuovo, ogni giorno ci giungeva la notizia della morte di qualcuno; quando uscivamo al mattino non sapevamo se saremo tornati vivi nella baracca. Giunse il mese di maggio del 1944. Era un lunedì e ci chiamarono ad un appello. Ci dissero che saremo stati visitati da un medico per migliorare lo stato di salute. Presentati sulla piazza d’appello, il medico, con una lista in mano, fece una selezione di persone. La gente sapeva che le avrebbero portate ad Auschwitz e così si accese il panico. Furono presi tutti i bambini del campo; i più piccoli vennero strappati dalle braccia delle loro madri. Facendo rientro nelle baracche si poteva vedere dappertutto gente che piangeva e gridava. Riconobbi un uomo che era stato un medico famoso a Cracovia; teneva in mano le scarpe della sua piccola figlia e continuava a parlare alle scarpe come se fossero la sua bambina. Quella notte era buia, sentivamo dentro di noi la disperazione, le tenebre. Il giorno dopo tornammo al lavoro. Nell’agosto dello stesso anno deportarono mio padre al campo di Mauthausen e nell’ottobre seguente venne liquidato il campo di Plaszów. Da qui venimmo tutti trasferiti ad Auschwitz. Intanto iniziarono a girare voci che i russi si stavano avvicinando.
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