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Il fascino dello Shabbat
Dalla finestra della “mia” camera da letto, è facile lasciarsi distrarre dal paesaggio di fronte. I due campanili delle chiese francescane, come torri che sovrastano il villaggio di Ein Kerem, ricordano i luoghi dove Giovanni Battista è nato e dove Maria si è incontrata con la cugina Elisabetta. Da questa storia “lontana” passo ad una più recente, giro un po’ lo sguardo e ho davanti a me il monte Herzl, dove si trova il memoriale della Sho’ah (dell’Olocausto). Qui, mi lascio trasportare dall’immaginazione e viaggio verso la Polonia, la Germania, la Russia..., Paesi dove si è consumata la catastrofe del popolo ebraico. Penso ai sei milioni di ebrei sterminati per il fatto di essere ebrei; penso al milione e mezzo di bambini ebrei sterminati per il fatto di essere bambini ebrei; penso ai giusti, cioè a coloro che hanno rischiato, a volte fino a dar la vita, per “salvare” dalle mani dei nazisti singoli o famiglie ebree. Cerco di immedesimarmi in coloro che sono stati nascosti per giorni, mesi o addirittura anni in soffitte, stalle… Cerco di leggere il diario che non è mai stato scritto, ma che resterà per sempre impresso nel cuore di Dio. Cerco di capire se questo sogno di tornare un giorno nella Terra era ancora presente o se invece anche questo era venuto meno insieme al vigore fisico, alla speranza, alla fede… nonostante ogni anno tutti loro abbiano proclamato: ‹‹Il prossimo anno a Gerusalemme!››. Chissà se qualcuno di loro poteva immaginare ciò che i miei occhi stanno guardando: una montagna nel cuore di Gerusalemme per ricordarli uno ad uno! Dopo la notte oscura, i loro fratelli sono tornati a casa e anche
in questo preciso istante qualcuno sta arrivando per mettere radici qui nella Terra dei Padri, nella Terra Promessa. I miei occhi sono ancora lì attaccati a quei colori che ormai vanno scomparendo lasciando il posto all’imbrunire; i miei pensieri stanno ancora saltando da Auschwitz al monte Herzl e dal monte Herzl ad Auschwitz quando, una sirena si mette a suonare. Mi ritrovo nella “mia” camera e sento dal soggiorno Giacomo che proclama: ‹‹Shabbat Shalom!››. È venerdì sera, il giorno inizia all’apparizione della prima stella in cielo e la sirena indica l’inizio dello Shabbat, la scena cambia e il Paese si trasforma. La frenetica corsa nei supermercati del venerdì mattina è finita, le provviste sono state acquistate, il cibo è preparato e tutto è pronto, non resta che riposare secondo il comando del Signore. Su tutto Israele c’è aria di festa, le famigliole religiose sono pronte per andare in sinagoga. I papà alla testa con le mogli e una fila di bambini di tutte le età si mettono in movimento e camminano verso il luogo di Culto. Le auto nelle strade, nel giro di pochi minuti, quasi spariscono e i semafori lampeggiando dicono a modo loro ‹‹Shabbat Shalom!››. Nelle strade scende il silenzio e dalle case escono i rumori della festa, le candele vengono accese, le famigliole si ritrovano insieme, e tra di loro si guardano negli occhi, si parlano e si ascoltano. Lo Shabbat è un’istituzione, è l’intero Paese che “frena e parcheggia” per 24 ore. Gli aerei della EL AL (compagnia aerea israeliana) rimangono fermi negli aeroporti, i notiziari sono ridotti quasi a zero, i ristoranti sono quasi tutti chiusi. Ma allora come è possibile fare festa se è tutto chiuso? Dove si va a festeggiare? Il fascino dello Shabbat è proprio questo: la famiglia! Questo è il luogo della festa e queste sono le persone da incontrare, da guardare negli occhi, da ascoltare… Stanotte ci sarà silenzio, all’alba ci sveglieremo senza il rumore delle auto e degli autobus e ricorderemo subito che questo è il giorno di sabato, non si va a scuola, non si lavora. Nella nostra società stiamo perdendo il senso della festa, stiamo perdendo il senso del riposo, stiamo perdendo il senso dell’appartenenza. Mi sembra di capire che questa emorragia sia dovuta ad una grave ferita che sta colpendo a morte la struttura fondante di un popolo: la famiglia! È questa l’istituzione basilare della società pertanto, se è vero quanto detto sopra, stiamo perdendo il senso della festa come conseguenza della perdita del senso della famiglia. Abituiamoci a staccare la spina, a chiudere fuori dalla porta per un giorno alla settimana i nostri problemi. Impariamo a festeggiare, a guardarci negli occhi, a passeggiare insieme, a riposare nell’amicizia e serenità familiare. Scusami, mi sono dilungato troppo senza accorgermi che siamo ormai entrati nello Shabbat. Ah!… Shabbat Shalom! ‹‹Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!›› (Mc 2,27).p. Giuseppe De Nardi |
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