Pasqua a Gerusalemme
L'anno scorso siamo arrivati in Israele proprio per la festa di Pasqua. Eravamo nuovi a tutto ciò che ci circondava e in valigia non portavamo molte esperienze “ecumeniche”. Questo ha fatto sì che siamo rimasti disorientati nel veder celebrare ogni settimana una Pasqua diversa. Appena scesi dall’aereo siamo entrati nella Pesah, cioè la Pasqua ebraica che è il memoriale dell’uscita dei figli di Giacobbe dall’Egitto. Andando al supermercato abbiamo trovato interi scomparti di prodotti alimentari completamente coperti e non in vendita. Perché? Come mai non riuscivamo a trovare la pasta? Non subito, e attraverso domande del tipo: «Scusi, come mai non si trova la pasta?» ci siamo ricordati, meglio tardi che mai, che nel tempo di Pasqua in Israele non si trova in commercio nessun prodotto contenente lievito: pane, pasta, e… birra. Insomma dalle espressioni dei volti comprendevamo molto bene questa nuova lingua: «Ma da dove venite fuori voi?». Passata la Pesah, è arrivata la “nostra” e, un anno fa, dicendo nostra pensavo a quella cristiana. Ma non era così, era la Pasqua cattolica. Durante il nostro triduo, i cristiani di altre confessioni vivevano la loro quaresima e ciò che per noi era il giorno della passione, il venerdì santo, per loro era una semplice Via Crucis. La domenica la differenza fu visibilissima; noi cantavamo già ”l’Alleluia” e gli altri cristiani intonavano il “Kyrie eléison” mentre per le vie tanti, i più, camminavano guardando incuriositi cosa succedeva. Per loro infatti era un giorno feriale (come ogni domenica) e non capivano perché fossimo così accesi noi e così tristi gli altri… Alcuni giorni dopo, quando ormai i nostri canti di risurrezione facevano dimenticare la lunga astinenza della quaresima, una domenica, trovammo le porte della Città Vecchia chiuse al transito e ci dissero: «Non si può entrare!» Perché? «Perché la città è piena di pellegrini; oggi è la Pasqua Ortodossa!». Chi era ormai veterano a Gerusalemme non si meravigliava più di queste cosette, ma noi, così ingenui eravamo stupiti. Dicono che Gerusalemme stupisce sempre, non c’è mai niente di scontato e nonostante la sua età ha la capacità di essere diversa da come uno la immagina. Quest’anno, quando ormai eravamo pronti alle diverse date dello stesso evento (almeno per i cristiani), la Città Santa ci ha sedotti. Il lunedì della nostra settimana santa era santo anche per le altre confessioni e il 14 di Nisan, data biblica della Pesah, cadeva proprio il nostro lunedì santo. Grazie a questa coincidenza, giorno dopo giorno, nelle strade della città la frenesia cresceva visibilmente. Non solo sentire, ma anche vedere che ci avvicinavamo all’evento pasquale con la stessa scadenza creava un’atmosfera tutta particolare, trascendente, nella quale era più facile mettere a fuoco l’essenza costitutiva della città di Gerusalemme: essere madre! Ecco perché per questa festa essa chiama i suoi figli a casa per celebrarla; non importa se la casa è piccola, l’importante è essere presenti. Se durante la Via Crucis non sei riuscito a chiudere gli occhi, a meditare, a far sgorgare dal tuo cuore sentimenti di riconoscenza per l’Amato Salvatore, non è questo ciò che conta. L’importante è sentire le spinte, le gomitate involontarie di chi ti sta accanto, le dita dei piedi calpestate da chi ti precede, l’essere spinto in avanti e poi bruscamente fermato senza sapere il perché. Solo a Gerusalemme ogni angolo è idoneo per fermarsi, inginocchiarsi, estraniarsi stringendo forte in mano il simbolo della vittoria e lasciarsi così guidare da questo pensiero: Lui ha percorso gli ultimi passi della vita terrena proprio qui, per me. Gerusalemme, a modo suo, ancora oggi è testimone della Sua risurrezione e continua ad ammonire i suoi figli dicendo: «Non è un problema di calendario, è un problema di divisione. Il calendario rende solamente visibili le separazioni».
p. Giuseppe De Nardi


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