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P. Giuseppe De Nardi
Le tre tentazioni a cui Gesù è stato sottoposto, in realtà sono un tentativo da parte di Satana (in questo contesto: lo sperimentatore!) di far deviare Gesù dalla via tracciata dal Padre. Infatti, la prima tentazione ha come tema il pane e, come sappiamo, qualche tempo dopo Gesù sfamerà una moltitudine affamata: “Egli prese i cinque pani..., alzò gli occhi al cielo,... Tutti mangiarono a sazietà...”(Lc 9,16-17). La seconda è incentrata sul ricevere autorità e, come sappiamo, in seguito Gesù eserciterà una particolare autorità proprio nei confronti degli spiriti immondi: Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: “Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?” (Lc 4,36). La terza è più “religiosa”, in quanto lo sperimentatore lo porta nel luogo più santo e, sull'esempio di Gesù, fa uso della Parola di Dio per introdurre la sua trappola: “...perché sta scritto...”. Infatti sta scritto proprio che gli angeli verranno e lo custodiranno e non permetteranno che il suo piede inciampi. Insomma qui c'è proprio tutto: il Padre, il Tempio, la promessa, gli Angeli e soprattutto Lui, il Figlio, che sta per essere vagliato proprio nel suo rapporto intimo con l' Abbà, ma Lui non cede. Gesù non prende la scorciatoia, non interpreta la Scrittura con le categorie della magia ma della fede, per questo per sfamare la moltitudine non prende tante pietre ma pochi pani, segno della nostra adesione a Lui. Per la sua fedeltà gustò la dolcezza della promessa nell'ora delle tenebre: “Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo” (Lc 22,43). Entriamo dunque nel deserto della quaresima pieni di Spirito Santo, con la Scrittura in bocca e il cuore pronto a ricevere tutto ciò che Lui vuole darci nel tempo e nel modo da Lui stabilito.
Pèsach inizia il 15 di Nissan e dura otto giorni (sette in Israele): i primi due e gli ultimi due sono moèd e quelli di mezzo, chol hamoèd. È la grande festa della libertà; commemora infatti l’emancipazione dalla lunga schiavitù in Egitto e l’esodo da questa terra, dopo 400 anni, dove, come si legge nella Torà, gli ebrei si erano stabiliti, chiamati da Giuseppe. Più tardi, divenuti forti e numerosi, furono resi schiavi dal Faraone, obbligati a durissimi lavori e ad una vita piena di sofferenze e di stenti. Ma sorse una guida, Mosè, che, per ordine del Signore, condusse fuori dalla terra d’Egitto gli ebrei che da questo momento, diventarono un vero popolo libero. Ecco perché la festa di Pésach è così importante e lo stesso mese di Nissàn, in cui cade, settimo mese del calendario, viene invece considerato come primo nella Torà. La parola Pésach deriva dal verbo pasàch (passò oltre) e ricorda quando l’angelo del Signore, mandato a colpire i primogeniti degli egiziani, “passò oltre” le case degli ebrei, le cui porte erano state segnate col sangue di un agnello. Infatti, per ordine del Signore, gli ebrei avevano dovuto sacrificare un agnello, che poi avrebbero mangiato prima della partenza, con matzà (pane azzimo) ed erbe amare: le tre parole che dobbiamo pronunciare durante il Séder: Pèsach, matzà, maròr Le prime due sere della festa si fa il Sèder (ordine) durante il quale si legge l’Haggadà, in cui è raccontata la liberazione dei nostri padri dalla schiavitù d’Egitto. Pèsach è, con Shavu’òth e Sukkòth, una (la prima) delle feste dette shalosh regalìm cioè dei “tre pellegrinaggi”, perché, anticamente, gli ebrei si recavano in pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme, portando i prodotti dei loro campi. Il 14 di Nissan, vigilia di Pèsach, si fa il digiuno dei primogeniti, in ricordo della morte dei primogeniti egiziani. Durante Pésach la Torà prescrive l’astensione da ogni cibo lievitato e composto di frumento, orzo, avena, spelta (sorta di frumento originario dell’Asia minore), veccia (pianta erbacea dai fiori rossi ed i semi rotondi scuri, usati un tempo anche per la panificazione).

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